Lettera di ravvedimento, d'amore e fedeltà al popolo italiano
da parte di un tiranno accaparratore a vita di un incarico che essendo pubblico avrebbe dovuto essere condiviso





Io sottoscritto, ................... ................... , essendo negli ultimi tempi divenuto consapevole di qualcosa che, pur importante, in tutta la mia esperienza di incaricato di una mansione pubblica m'era prima del tutto sfuggito, son qui a compiere un doveroso gesto d'amore e fedeltà al popolo cui appartengo, informandolo di quanto segue.

Ogni pubblico impiego, dal più elevato al più modesto dei livelli, possiede in sè un potere che non può essere detenuto a vita da alcuno. La democrazia consiste proprio nella condivisione della Res Publica. Ogni ruolo pubblico va periodicamente restituito al popolo così come da tempo fanno coloro i quali assurgono al Governo.


Quando avvenne il passaggio dalla monarchia alla repubblica, evidentemente non vi fu calma e tempo sufficiente a chiarire che il regolare rinnovo richiesto dalla democrazia avrebbe dovuto riguardare non solo l'apice della Cosa Pubblica ma l'intera base e corpo di essa. Non solo chi governa ma anche chi esegue i suoi ordini, chi amministra e conduce il bene comune, chi ne espleta le funzioni, ha il dovere di rimettere al popolo il suo incarico.

Appena usciti dal pandemonio della guerra, chi si trovò a redarre la Costituzione non potè far più di tanto che scrivere: "... E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese ...". Compito primario dei docenti universitari, filosofi, giuristi, politici, storici, costituzionalisti, umanisti, ricercatori tutti, sarebbe stato quello di concepire il modo per realizzare questo ideale invitando poi i politici a metterlo in atto. Un egocentrismo, dal quale io stesso ho fatto fatica ad uscire, purtroppo ha impedito questo avanzamento.


Scosso dalla terribile situazione che viviamo, preso coscienza che la mancanza di una Funzione Pubblica democratica ha fermato l'evoluzione della nostra cultura, dell'organizzazione economica, politica e sociale, consapevole che i governanti continueranno ad emettere leggi contro l'interesse collettivo ed a favore di elite e lobby fintanto che noi statali rimarremo fedelissimi al "nostro" posto fisso, non posso far finta di nulla.

Mi presento umilmente davanti al popolo italiano chiedendo scusa per non aver avuto prima quella sensibilità che oggi mi fa dire: il posto pubblico che occupo non è mio, esso appartiene a tutti voi cittadini. Noi statali, regionali, provinciali, comunali lo occupiamo a vita contro gli ideali della Costituzione e la stessa legge in vigore. Perché ognuno ha diritto di partecipare a turno ad un bene comune del quale è comproprietario.


Esprimo per tanto la mia volontà di rimettere il mio incarico a voi, affinché sia davvero pubblico. Desidero affrontare questi tempi difficili insieme ai cittadini e sullo stesso loro piano. A questo scopo mi impegnerò con tutte le mie forze per far conoscere questo ancora sconosciuto aspetto della nostra storia e difetto della nostra organizzazione. Conscio che rimanendo in queste condizioni il nostro Paese finirà per affondare nel più buio dei suoi trascorsi, mi impegno nel proposito di dare il mio contributo alla creazione di un pubblico impiego aperto, capace di accogliere a turno ogni persona dotata dei requisiti necessari al ruolo e desiderosa di servire.


Vogliate accettare queste mie più sincere scuse e convinti proponimenti.




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data firma


Se volete che questa lettera vi faccia da salvacondotto per un buon futuro,
fate che la data a fianco della vostra firma sia di gran lunga antecedente al momento in cui
la consapevolezza del Gran Complotto dei carrieristi pubblici sarà divenuta di pubblico dominio.



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