PIL pubblico & PIL privato



Copyright © 25/07/40 Danilo D'Antonio - Alcuni diritti concessi - original




L'estrema voracità dei presidi industriali e finanziari, che hanno divorato non solo gran quantità delle ricchezze esistenti ma perfino altre ancora da realizzare. Un naturale limite di disponibilità delle risorse globali, che con l'aumento dei prezzi ributta giù la crescita economica ogni volta che prova a rialzar la testa. Tutto questo insieme di cose ha causato una forte crisi economica che ancora si prolunga, costringendoci a rivedere tutte le nostre convinzioni in materia. Mentre sempre più forte si leva l'urlo dei lavoratori, i quali giustissimamente reclamano ciò che in una società, che si pretende sia evoluta, non dovrebbe essere nemmeno in forse: piena garanzia di un lavoro e di un reddito.

Ma è a questo punto che, osservando privi di preconcetti quanto accade, si scopre qualcosa che non quadra. Molto spesso infatti i lavoratori insorgono contro imprese private pretendendo da esse la suddetta garanzia. Ricalcando pari pari un approccio ormai tradizionale, risalente al secolo scorso, si pretende che le imprese private non licenzino bensì continuino a fornire la stessa quantità occupazionale di sempre. Nonostante che nel frattempo le varie situazioni siano drasticamente mutate. Il colpevole di sempre, contro cui si scagliano concordi i lavoratori, è un sempre rimasto controverso capitalismo: ché da una parte lo si aborrisce, ma guai se si permette di provare a decrescere!

In effetti, un gran numero di imprese private hanno, a più riprese, fatto ricorso ad abbondanti quantità di denaro pubblico, sarebbe a dire della collettività. Per la qual cosa, da un certo punto di vista, potrebbe apparire giusto che i lavoratori pretendano da esse le necessarie garanzie occupazionali. Tuttavia, praticando sempre l'obiettività, si percepisce pure che in effetti vi è una forte componente di irrazionalità nel pretendere dai privati quanto solo la collettività potrebbe, e dovrebbe, elargire per sua stessa natura e scopo. Davanti ai nostri occhi rimane un grosso vuoto che, ad un certo punto, non può non esplodere nella domanda: ma che fine hanno fatto le imprese pubbliche?


E di converso: per quale irragionevole ragione i cittadini si trovano a chiedere garanzie di reddito alle imprese private, pure a discapito dei loro prodotti (l'immobilismo del personale non può non immobilizzare anche il prodotto, facendolo rimanere indietro rispetto alle esigenze del tempo) e non invece alle imprese pubbliche? Non dovrebbero essere proprio queste ultime a praticare una economia ben più volta verso la SOLIDARIETA' di quanto possano e riescano a fare le imprese private? Non dovrebbero, proprio le imprese pubbliche, essere basate, anzi, su regole che permettano di dividere fraternamente il lavoro fra tutti coloro che volessero e fossero in grado di svolgerlo?


A vostro stesso avviso, quale delle due economie, quella privata o quella pubblica, dovrebbe maggiormente rispondere alle due esigenze primarie:

1) Quello che c'è si divide.
2) Quello che c'è da fare si fa.

di una famiglia quanto di una comunità?


Ed è a questo punto che tutto inizia a chiarirsi. La mente s'illumina, anche se il cuore si rannuvola. Per la miseria umana che subito si delinea sullo sfondo. La domanda che infatti ci poniamo ora è: la collettività a chi aveva dato incarico di far evolvere la sua organizzazione sociale? Ai politici? No! Un momento, non facciamo questo banalissimo errore. I riflettori dei media li illuminano in continuazione ed essi sembrano responsabili di tutto. Ma così non è! Chiediamoci ancora: a chi la collettività ha concesso titoli, onori e redditi allo scopo di osservare, studiare, ragionare ed infine proporre soluzioni all'avanguardia? Gli stessi politici da chi e dove sono formati? Da chi e dove vanno ad acquisire quelle direttive teoriche che poi tentano di mettere in pratica in Parlamento?

Ebbene, cari Presenti, all'origine di tutto troviamo l'intera classe dottorale umanista, i docenti, i professori, i filosofi, i giuristi, i sociologi, nonché gli economisti. Tutti coloro che erano deputati a cercare sempre più giuste e raffinate impostazioni su cui basare la società, in modo davvero squallido hanno evitato di mettere in discussione se stessi. Precisamente hanno omesso di considerare l'indebito privilegio dell'organizzazione (statale: assunzione a vita) nella quale erano e sono ancora inseriti. Hanno così causato un prolungato ristagno di pensiero ed azione, lasciando che le acque si confondessero in un modo tale che è stato facile per numerose attività, d'importanza fondamentale per la collettività, fuggire dal settore pubblico verso quello privato. Con tutta una serie di fraintendimenti e tristi conseguenze.


Gli emeriti "baroni", così come giustamente vengono comunemente chiamati, non volendo affermare il CARATTERE SOLIDALE del lavoro pubblico, non volendo riconoscere la VALENZA COMUNITARIA del pubblico impiego, hanno fatto sì che gli sguardi e le aspettative della popolazione si dirigessero verso tutt'altre direzioni che quelle dovute. Costoro hanno omesso di affrontare e sviluppare (tra altre altrettanto importanti) una prioritaria QUESTIONE PUBBLICA che avrebbe dovuto chiarire i rapporti tra collettività e cittadini, persone, privati, causando danni enormi a tutti noi.

Cos'è una Res Publica? Cosa essa deve comprendere in sé? Deve limitarsi ad essere una mera forma di governo, come nell'antichità, quando non vi era alcuna sviluppata organizzazione pubblica? Oppure comprendere anche l'insieme dei ruoli della imponente Funzione Pubblica moderna? Tale Funzione Pubblica è giusto sia radicata nelle mani di una ristretta cerchia di persone che la possiede, nei fatti, per la loro intera vita lavorativa, oppure non è più giusto venga redistribuita regolarmente, così come si fa coi ruoli di Governo? Può un Presidente della Repubblica essere tenuto ad abbandonare la sua carica dopo un certo numero di anni, mentre milioni di importanti ruoli pubblici rimangono stabilmente, decennio dopo decennio, nelle mani delle sempre stesse persone?


Non ponendosi queste domande e non offrendo loro degne risposte, i baroni hanno causato l'instaurarsi di una confusione totale nella cultura e politica della nostra società. Ed è per questo che oggi noi pretendiamo dal settore privato quelle garanzie che possono essere concesse soltanto dal settore pubblico. E' per questo che oggi gridiamo ancora contro un fantomatico capitalismo che in realtà mai si sarebbe potuto affermare in modo così massiccio, arrogante e sovrastante gli interessi dei singoli e della collettività, senza il meschino apporto della baronale classe pubblica! Sono stati innanzitutto i CARRIERISTI PUBBLICI, con la fuga da primari loro doveri, a causare il predominio capitalista nel mondo. Sono stati innanzitutto i CARRIERISTI PUBBLICI, con il loro rintanarsi e fare quadrato nel caldo ventre pubblico, a permettere che i capitalisti divorassero il mondo!


Oggi, presa coscienza di tutto ciò, la Collettività deve al più presto riacquisire attività economiche pari, per PIL, per prodotto interno lordo, ad una metà dell'intero. Sarebbe a dire che la Collettività deve ricostituire un sufficiente serbatoio di imprese atto a pareggiare peso ed influenza del settore privato. In modo che nessuna delle due aree possa sovrastare l'altra, bensì ognuna possa arricchire e completare l'altra:


PUBBLICO IMPIEGO DEMOCRATICO
(partecipato a tempo determinato)
COMPRENDENTE ATTIVITÀ ECONOMICHE
PER UNA METÀ DELL'INTERO.


Tramite il flusso attivato dal tempo determinato, le idee non sarebbero più bloccate come in passato ma si rinnoverebbero e diffonderebbero ovunque rendendo estremamente fertile e moderna, potente, la società. I servizi e prodotti forniti dalla Funzione Pubblica sarebbero perfettamente soddisfacenti le esigenze degli stessi cittadini che ci lavorerebbero. Inoltre sempre la rotazione assicurerebbe un lavoro minimo a chiunque, venendo esso a sua volta assistito dal reddito da cittadinanza tra una assegnazione e l'altra. All'interno del contraltare privato, invece, i proprietari delle aziende, sul piano delle assunzioni, potrebbero fare tutto quel che volessero. Perché la garanzia del lavoro e del reddito NON è un loro problema. E' invece un preciso compito della Collettività. Mentre compito delle imprese private è quello di permettere quella libera creatività che sempre ha trainato in avanti la collettività.


PIL pubblico e PIL privato: queste sono le due grandezze che d'ora in poi dovremo costantemente monitorare e confrontare. Liberata l'economia pubblica dai CARRIERISTI PUBBLICI, a partire dal presuntuoso monopolio della, tanto dottorale quanto analfabeta in fatto di buon senso, classe baronale, essa potrà smettere d'essere una mera voce di spesa e divenire un sistema produttivo all'avanguardia, potenzialmente arricchito dal contributo di ogni cittadino della Repubblica. Con questo rinnovato sistema produttivo pubblico, reso finalmente collettivo, il settore privato dovrà costantemente confrontarsi, se vorrà sopravvivere.

Ed infatti è la Funzione Pubblica il perno attorno al quale gravita la società. Così come ieri la Funzione Pubblica, non venendo sviluppata adeguatamente, anzi lasciata proprio a marcire per decenni, ha permesso il proliferare di ogni genere di esasperata espressione privata e criminale, domani, anzi: non appena possibile! la rinnovata Funzione Pubblica basata sulla rotazione e riequilibrata quantitativamente rispetto al privato, potrà far da brillante, lucida, incorruttibile guida all'intera società.


PUBBLICO e PRIVATO: sono esattamente il Nord ed il Sud che governano i rapporti interni di una società. Se vogliamo un settore economico privato che persegua il bene collettivo, dobbiamo innanzitutto affermare un settore pubblico impostato secondo principi di reale partecipazione democratica e di affermazione delle migliori idee e persone. E' cosa del tutto irragionevole pretendere il contrario, pretendere che il settore privato sia illuminato faro mentre il settore pubblico è un baratro di melma!


Mai più, quindi, perdiamo tempo ad accusare un indefinito e vago "capitalismo"! Dirigiamo invece il nostro sguardo ben più costruttivamente verso la Funzione Pubblica e, pacificamente, legalmente, civilmente, rinnoviamola come occorre. E mai più perdiamo tempo ad accusare il mondo politico! Rinnovando nel giusto modo la Funzione Pubblica tanto l'intera economia privata quanto l'intero mondo politico non potranno non adeguarsi ai nuovi standard di democrazia e rettitudine.


IMPIEGO-PUBBLICO-DEMOCRATICO


Per un mondo libero, perché libero dai CARRIERISTI PUBBLICI!

Hip, hip, hurrà!

Hip, hip, hurrà!!

Hip, hip, hurrà!!!



Danilo D'Antonio





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