"Politica del possibile": quante volte abbiamo letto od udito questa espressione? In effetti è da lungo tempo che con essa in molti nascondono l'intenzione di compiere un mero adattamento ad un problema, mai risolvendolo ed anzi proprio impiantandosi su di esso, per trarne lungamente un reddito o vantaggio personale o di categoria.

Di fatto è proprio con un ripiego massiccio e prolungato sulla connivente politica del possibile, cercando di non scontentare mai nessuno, nascondendo anzi la generale corruzione a scopo di clientela o mala associazione, che non solo l'Italia ma l'intero mondo ha preso l'ormai evidente china che porta alla malora.

Dubbio non v'è che, se si desidera risalir la china, prima o poi si dovrà far ricorso ad una seria politica dell'Impossibile. In cui si possa pure, sì, guadagnare, perché è giusto che chi lavora ne tragga beneficio, ma facendo proprio ciò che deve essere fatto, ciò che la situazione richiede ed è giusto sia fatto, anche a costo di scontentare inizialmente tanti.

I tempi peggiorano veloci e forse conservare in un cassetto questo apparentemente impossibile progetto d'innovazione sociale:


_ LA POLITICA DELL'IMPOSSIBILE _


potrebbe non esser sbagliato. Perché è, sì, vero che la politica dell'Impossibile non è per tutti, che non tutti sanno portarne il peso. Ma a volte può giungere quel momento in cui, quando tutto precipita, anche da cuori svuotati di dignità all'improvviso sgorghi un liberatorio e rinnovante anelito verso ciò che è giusto e necessario.