Per una evoluzione
della comune concezione
di Pubblico Impiego


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Vi sono mansioni che, per loro utilità comune o per l'amministrazione di beni e servizi comuni o la sicurezza di tutti (quindi: nel campo dell'educazione, della sanità, degli impieghi comunali, provinciali, regionali, statali, nel settore radio-televisivo, i servizi di polizia, l'arma dei carabinieri, della finanza, i corpi della difesa, della protezione civile, ecc.), sono categorizzati sotto il nome di pubblici impieghi: essi servono la collettività e l'intera collettività se ne serve.

Come tutti sappiamo il pubblico impiego viene affidato a persone scelte tramite particolari procedure che intendono selezionare i più idonei, tra i tanti che vorrebbero svolgerlo. Una volta selezionate le persone ritenute più idonee, è uso assegnare ad esse l'impiego in questione per l'intera durata della loro vita. Ebbene: anche se questa è una consuetudine ormai radicata nel tempo, alla luce di una consapevolezza più ampia offertaci dagli innumerevoli strumenti di cultura e mass media di cui la società si è dotata, si palesa più di un motivo per ritenere che tale uso debba infine mutare.


Va infatti considerato che, essendo i ruoli disponibili nel pubblico impiego di numero ben inferiore rispetto a quello, non solo degli aspiranti, che avrebbe poca importanza, ma anche di coloro che sono ampiamente idonei, ciò che si assegna a quei pochi prescelti, in pratica, non è tanto un lavoro, bensì un vero e proprio privilegio rispetto al resto della società, un privilegio di origine del tutto ingiustificata. Se infatti riconosciamo la società, nella sua interezza, essere depositaria del diritto di usufruire dei pubblici beni e servizi, allo stesso modo dobbiamo riconoscerle, egualmente nella sua interezza, il diritto di equa partecipazione alla creazione, amministrazione e svolgimento di tali beni e servizi.


Quando nacque l'impiego pubblico in senso moderno, determinate mansioni cominciarono da sùbito ad essere assegnate a determinate persone in una corrispondenza univoca. In maniera del tutto naturale si perpetuò uno schema di lavoro diffuso, in cui una persona, iniziando una attività lavorativa, facilmente sviluppava una certa fedeltà ad essa, e la continuava, salvo rare eccezioni, fin dopo il termine della sua stessa vita, attraverso le generazioni successive. Fu estremamente semplice, quindi, per il pubblico impiego sposare questo stesso sistema.

Oltre a ciò, certamente e purtroppo, vi è stato in seguito anche un esacerbamento di questa concezione, esasperazione avvenuta ad opera dei fenomeni del cosiddetto "favoritismo" e "voto di scambio", in cui l'assegnazione a vita di un posto di lavoro garantiva una fedeltà di eguale durata al politico che lo avesse assegnato. Oltre che aggravare in generale la situazione, questi fenomeni hanno contribuito a ritardare di molto la presa di coscienza del fatto che in realtà il lavoro di pubblica utilità e la gestione del bene comune non possono essere di proprietà esclusiva di alcuno, proprio per loro stessa definizione di pubbliche attività.

Finora abbiamo concepito questa definizione solo in un senso: che ognuno possa usufruire dei suoi servizi. Oggi, con la visione chiara e globale che i mass media continuamente ci forniscono e che facilmente ci conduce ad una consapevolezza superiore riguardo alle origini profonde dei mali della nostra società, con la situazione di tremenda disparità che si è venuta a creare nel campo dell'occupazione, con l’evidenza del fatto che la cosa pubblica è letteralmente posseduta da alcuni e da questi sempre più spesso gestita contro ogni regola di buon senso e contro ogni volontà popolare, non possiamo non renderci conto di come le mansioni pubbliche debbano invece essere considerate tali sotto tutti gli aspetti, anche e soprattutto dal punto di vista della loro assegnazione ed esecuzione.


Occorre al più presto prendere in seria considerazione l'idea di abolire quello che oggi appare evidente essere l'iniquo privilegio dell'incarico pubblico assegnato a vita a pochi eletti, in favore di una sua equa ripartizione tra tutti coloro che desiderassero svolgerlo e dimostrassero di possederne i requisiti necessari. Ci attende un compito estremamente semplice quanto importante: effettuare il conteggio delle ore di lavoro necessarie al buon andamento della nazione, contare il numero delle persone disponibili ed idonee a compierle, distribuendo poi equamente le prime tra le seconde.


E' da considerare, poi, per dissipare il dubbio che si tratti di una pura questione di teorica equità, che, introducendo una tale riforma, le cose nel nostro Paese comincerebbero a funzionare molto meglio sotto vari aspetti. Per cominciare l'introduzione di una rotazione di personale all'interno delle pubbliche strutture apporterebbe immediatamente un flusso di fresca energia creativa, allontanandole dalla loro tipica propensione ad un eterno immobilismo, propensione dovuta massimamente al senso di proprietà esclusiva che ogni pubblico dipendente, di qualsiasi livello, ancor oggi può attribuire al "suo" posto di lavoro.

Ogni nuovo dipendente apporterebbe invece il suo contributo originale, personale, diverso da ogni altro, introducendo una capacità creativa e produttiva senza eguali, lungo una linea di costante rinnovamento e miglioramento. Quello stesso immobilismo, responsabile dei comportamenti deviati di ogni tipo che noi tutti quotidianamente possiamo verificare, sarebbe immediatamente spazzato via da un sano alternarsi di persone: una genuina, dolce, continua reciproca verifica e vigilanza ci allontanerebbe felicemente da errori o male azioni, consapevoli od inconsapevoli che potremmo esserne, permettendo alle soluzioni di prevalere nettamente sui problemi.


Per giunta, coloro che fossero momentaneamente sostituiti da altri, lungi dal cadere in disgrazia, avrebbero finalmente, dopo un certo numero di anni di servizio, la possibilità di riacquistare le forze e ritemprare la mente per il tempo che volessero, agevolati in questo anche dal nuovo istituto del lavoro minimo garantito. Un necessario riassorbimento all'interno del settore pubblico di molte attività indebitamente privatizzate permetterebbe di creare infatti quel serbatoio di ruoli e redditi necessario per garantire ad ognuno un lavoro minimo, il quale istituto sarebbe a sua volta aiutato dall'altro, già ben conosciuto, del reddito da cittadinanza.

Le persone potrebbero allora, con più facilità, tenere costantemente aggiornata la loro preparazione, sviluppare i propri interessi personali e così facendo potrebbero anche essere assunti nei numerosi ruoli che l'avvio della turnazione nel pubblico impiego renderebbe disponibili nel settore privato, potendo esse stesse avviarne di proprie. In tal modo esse getterebbero le basi per una vita senza dubbio complessivamente migliore, innanzitutto per se stesse.

La genìa dei pubblici dipendenti spenti, stanchi, spesso annoiati perchè senza speranza di un futuro mutevole e per questo più interessante, scomparirebbe per sempre. Al suo posto si affermerebbe un sempre fresco, gioioso, attento, accurato ed efficiente esercito di pubblici lavoratori, artefici di una pubblica amministrazione e di servizi pubblici altrettanto freschi, gioiosi, attenti, accurati ed efficienti. La devianza, causata dal ristagno, scomparirebbe, la rettitudine, procurata dal rinnovo, si affermerebbe stabilmente, l'armonia trionferebbe.


Cosa importante da considerare, infatti, è che, introducendo nel nostro Paese la riforma dell'Equo Impiego Pubblico, un manifesto senso di giustizia ed uno spirito di istintiva e fraterna collaborazione si diffonderebbe sùbito all'interno della società. Si dissolverebbe quel clima di reciproca sfiducia che ci opprime, ormai da tempo, un po' tutti in varia misura, sfiducia causata proprio da situazioni simili a questa, qui descritta, per disparità, ingiustizia ed irragionevolezza. Cadrebbe inoltre quella distinzione tra carrieristi pubblici e cittadini che oggi facilmente tende a separarci dalle istituzioni, distinzione che nasce dal fatto che ad essere da una parte o dall'altra degli sportelli e scrivanie dei pubblici uffici sono sempre gli stessi volti.

Fare a turno ed indossare periodicamente differenti divise ci permetterebbe di constatare in prima persona l'efficacia ed il valore del nostro metodo e lavoro e, quando fosse opportuno, apportare tempestivamente le dovute correzioni. In tal modo, non esisterebbero più da una parte gli oppressori e dall'altra gli oppressi, ma ognuno potrebbe sperimentare queste due diverse condizioni e provvedere a far sì che scomparissero entrambe. La nuova situazione che si verrebbe a creare ci manterrebbe sempre chiaro in mente che a formar la Repubblica non possiamo che essere tutti noi, non solo alcuni e nessuno escluso.


Non essendo più il pubblico impiego proprietà esclusiva di pochi privilegiati, bensì diritto e, in un certo qual modo, perfino dovere di noi tutti, non essendoci più escludenti interessi personali ad annebbiare la nostra vista, esso ci apparirebbe finalmente, oltre che come un posto di lavoro, come una personale fonte di reddito, anche come un importante servizio reciproco. In una comune scala di valori, metteremmo immediatamente in secondo piano la componente remunerativa del lavoro pubblico ed enfatizzeremmo invece la sua componente civica e religiosa, nel senso, naturalmente, più letterale, veritiero, utile e squisito del termine: qualcosa che ci unisce, che offre ad ognuno un giovamento direttamente proporzionale alla nostra capacità di aggregarci e vivere insieme (ricordiamo che la parola religione ha buone probabilità di derivare dal latino re-ligare: unire insieme).


Abbandonare il sistema dei privilegi ingiustificati, distribuendo equamente gli incarichi di pubblica utilità e relativa remunerazione: questo è uno dei compiti più importanti e decisivi cui dobbiamo seriamente impegnarci, se davvero vogliamo gettare le basi per un vivere equo, quindi sano, sereno e perfino felice.



Dalla Costituzione Italiana:

"... E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese ..."


Danilo D'Antonio




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